LA MIA ESPERIENZA AL MUSEO E RIFUGI SMI

Un museo tanto nascosto quanto particolare quello che ha aperto le sue porte nel 2012 lungo la via principale di Campo Tizzoro, nel comune di San Marcello Pistoiese (PT). Il sito museale, notevole esempio di archeologia industriale, si trova all’interno del vecchio stabilimento della SMI, Società Metallurgica Italiana, fondata dalla famiglia Orlando nel 1910, anno in cui il paese venne fondato ex novo col preciso scopo di industrializzare la zona. La SMI diede lavoro a ben 7000 persone, addette alla produzione di chiodi, spille da balia, posate, laminati e, soprattutto, allo scoppio della guerra in Libia, di proiettili. Con la Grande Guerra, la domanda di munizioni cresce: aumenta il numero dei lavoratori e con esso la necessità di costruire alloggi. Come si legge dallo straordinario e dettagliatissimo plastico interno al Museo, Campo Tizzoro si trasforma col tempo in un consistente paese-fabbrica con servizi decisamente all’avanguardia per l’epoca: energia elettrica e riscaldamento a gas nelle case, scuole, asili, mense, fattorie dalle quali proveniva ottima carne. Non mancava la chiesa, dedicata a Santa Barbara, e si istituirono il coro locale e una squadra sportiva. Vi erano addirittura palestra e solarium. Il paese-fabbrica  rappresenta un’efficace fusione tra lavoro e tenore di vita di ogni singolo dipendente: si pensi che i turni lavorativi avevano una durata di 8 ore e il sabato non si lavorava.

All’interno del Museo, grazie all’esaustiva visita guidata, è stato possibile ripercorrere l’incredibile vicenda di questo paesino e osservare da vicino il processo di produzione, grazie alla simulazione con macchinari tuttora funzionanti. Molto suggestiva la proiezione del video di “Luce” sulle industrie di Campo Tizzoro e di Fornaci di Barga (LU); inoltre, nelle sale espositive si possono ammirare reperti e oggetti davvero unici, oltre che curiosi: occasioni per chiarificare procedimenti e attività a noi lontani. Notevole la saletta che illustra la parte chimica del processo di lavorazione della polvere interna ai proiettili.

Ma ciò che di più affascinante ospita questo sito, sono le incredibili gallerie sotterranee che si estendono per un totale di ben circa 3 km (alte 3 metri e larghe 2,5 circa), tanto da essere annoverate come i rifugi antiaerei più estesi d’Europa. Esse, infatti, costruite tra il 1937 e il 1939, dovevano servire a proteggere i dipendenti della SMI e, più tardi, tutta la popolazione di Campo Tizzoro (per un totale di circa 20000 persone!), in caso di attacco aereo; attacco che, di fatto, non ci fu mai. Alle gallerie si accedeva tramite le 9 cosiddette ‘’ogive’’ a forma di proiettile, enormi strutture di cemento armato, all’epoca dipinte con colori tipici militari, distribuite nelle vie del paese e tutt’oggi visibili, attraverso le quali si raggiungevano le scale elicoidali che permettevano lo spostamento contemporaneo di numerosissime persone e dunque il raggiungimento delle gallerie, a 20-25 metri sottoterra, nell’arco di 3 minuti totali di evacuazione dal suono dell’allarme. All’ingresso suona forte il sollievo della dicitura ‘’SIATE CALMI, in queste scale avete già un riparo’’.

Le gallerie, dunque, dovevano ospitare migliaia di persone: per migliorare la loro temporanea convivenza, lungo i corridoi sono riportate una serie di scritte con ammonimenti e suggerimenti. Gli abitanti di Campo Tizzoro dovevano disporsi lungo le panche ai lati dei corridoi, rimanendo seduti (in piedi avrebbero consumato molta più aria!), obbedendo prontamente e con disciplina agli ordini dei capi. All’interno delle gallerie era vietato fumare, e assolutamente proibito sputare: questo gesto avrebbe comportato l’insorgere di batteri. Lungo i corridoi, era tutto organizzato per provvedere alle necessità dei rifugiati: la cappella, i bagni, i locali adibiti a bonifica, barelle, l’infermeria con posti letto e medicine, la sezione dei vigili del fuoco, oltre al pronto soccorso posto lungo le doppie scale elicoidali che scendono senza incontrarsi. Nella stanza adibita a primo soccorso, è interessante notare la presenza di una piccola gabbia per uccelli: la morte dell’animale significava mancanza di ossigeno.

Vale davvero la pena visitare questo posto, straordinario per la sua unicità: lungo gli umidi corridoi delle gallerie, il tempo sembra essersi fermato, tutto è rimasto com’è stato lasciato, l’atmosfera si fa estremamente suggestiva e sulla pelle si percepisce qualcosa di molto lontano, ma altrettanto reale.

 

Francesca Buonamici

La Cina nel cuore di Napoli: 5 motivi per visitare la mostra sull’Esercito di Terracotta

Era il 1974 quando un gruppo di contadini della provincia cinese di Shaanxi, intenti a scavare un pozzo, portarono alla luce alcune statue: i soldati di Qin Shi Huang, primo imperatore della Cina (246 al 221 a.C.), progettati dall’imperatore stesso affinché nel suo viaggio nell’Aldilà fosse protetto dal suo fedele esercito. L’Esercito di Terracotta è composto da 8.000 statue. 8.000 esemplari a grandezza naturale, tutti diversi tra loro. Soldati, carri, cavalli, armi, armature, calzari: tutti contraddistinti da un dettaglio, un particolare che li rende unici. Si tratta di un documento importantissimo, il cui realismo espresso attraverso i volti, le posizioni, ci ha permesso di comprendere come doveva essere strutturata l’armata del Primo Imperatore che unificò la Cina.   A Napoli è in corso la mostra “L’esercito di Terracotta e il primo imperatore della Cina”, prorogata fino all’8 Aprile, dopo il grande successo riscosso in questi mesi. Ma perché visitare la mostra realizzata a Napoli?

  1. La Cina è lontana e il viaggio da affrontare è lungo e costoso; insomma, non alla portata di tutti! Puoi approfittare della mostra per entrare in contatto con la storia di questo affascinante paese.
  2. Le statue sono riprodotte con la stessa argilla e la stessa tecnica utilizzata dagli artigiani 2.000 anni fa. Un percorso guidato svelerà tutti i procedimenti per la produzione, lasciandoci osservare molto da vicino le tecniche degli artigiani cinesi.
  3. La Basilica dello Spirito Santo (in Via Toledo 402) che funge da scenario, contrasta e al tempo stesso abbraccia la cultura cinese, creando un’atmosfera davvero suggestiva.
  4. Le 170 statue riprodotte e la ricostruzione della fossa n.1, vi permetteranno di fare un salto nel tempo e ammirare quello che doveva essere il maestoso esercito di Qin Shi Huang. Attraverso la mostra, scoprirete che l cultura cinese non è poi così diversa dalla nostra! L’uomo, in Oriente o in Occidente, teme la morte e quel che verrà dopo, e ricerca con ogni mezzo la serenità, il raggiungimento della pace nell’Aldilà.
  5. Il MANN (Museo Archeologico Nazionale di Napoli) in collaborazione con la mostra, da diritto ai visitatori muniti del biglietto per la mostra ad uno sconto sul biglietto d’ingresso al museo e viceversa.

Infine, all’uscita dalla mostra, potrete passeggiare tra le folkloristische strade di Napoli e scoprire inaspettate bellezze, magari gustando un’ottima pizza!

 

Rosanna Nappi

L’amore ai tempi degli scavi – Cosa ci accade durante gli scavi?

Chi ha bazzicato gli scavi archeologici, almeno una volta
nella vita, sa bene quanto uno degli aspetti più interessanti
(non scientifico né metodologico) sia il gossip legato a
situazioni ed intrecci amorosi che sistematicamente si
verificano durante la campagna di scavo.
Chi più chi meno, tutti gli scavi mettono in piedi delle
piccole telenovelas dai risvolti spesso molto interessanti per
la chiacchiera da piccone. Cotte, Infatuazioni, Amori e
Tradimenti condiscono il lato passionale della vita sullo
scavo colpendo prima o poi, almeno in parte, tutti coloro
che vi partecipano.
Ma come mai? Perché poche settimane bastano a creare
questo turbine di situazioni ed emozioni che sconvolgono
l’archeologo/studente, in un contesto che in teoria
dovrebbe essere esclusivamente lavorativo? Qui sotto
proverò ad illustrare alcune delle ragioni che portano al
verificarsi di tale fenomeno:
1- La convivenza h24
Inutile dire che durante le settimane di scavo la nostra
routine viene stravolta; spesso si è lontani da casa, da luoghi
e persone conosciute, catapultati in una convivenza di 24h
su 24 con persone estranee, ma che condividono la tua stessa
grande passione.
Si lavora, si mangia, si dorme, ci si lava e si esce insieme, ciò
fa si che i personaggi dello scavo siano in quel momento i
protagonisti indiscussi della tua vita. Il ragazzo con la quale
condividi la camera o l’ambiente di lavoro diventa
improvvisamente il tuo migliore amico, quello al quale puoi
raccontare tutto e che sa capirti ed aiutarti se ne hai bisogno,
il Prof. diventa quella figura paterna autoritaria o meno,
dalla quale cerchi disperatamente approvazione. Sulla base
di queste trasformazioni, anche la semplice infatuazione per
il ragazzo/ragazza che ha catturato la tua attenzione si può
ingigantire (spesso in maniera fuorviante) in un reale
sentimento d’amore che ti pervade.
2- Il tempo limitato
Spesso nella nostra vita quotidiana, la persona che ci piace è
qualcuno che incontriamo frequentemente, o che comunque
abbiamo lì a portata di mano, nella stessa università/
quartiere o città, questa situazione ci permette di rilassarci e
rinviare in eterno il “darci da fare” con codesta persona.
Sullo scavo questa culla viene meno! Lì sappiamo infatti che
abbiamo a disposizione una manciata di settimane, perché
probabilmente dopo sarà impossibile rivederla, o comunque
mai ci sarà occasione così propizia per fare colpo e portare a
casa la preda. Questa consapevolezza dell’ “ora o mai più”
unità con le eccessive dosi di alcol che accompagnano
l’archeologia ci porta ad essere più sfacciati del normale,
dichiararci e buttarci all’inseguimento della persona che ci
interessa con caparbietà e “fretta”, di qui le cantonate che
spesso prendiamo ed il famoso “scusami ma hai frainteso”.
3- L’archeologia è sentimento
L’ultimo motivo è meno pratico, comunque legato al
contesto, ma un fenomeno che indirettamente influenza i
nostri rapporti con le persone: l’archeologia e lo stretto
rapporto che si ha con essa durante uno scavo ci rendono
più sensibili, alterano il nostro essere e ci immettono in
un’atmosfera lontana dalla vita quotidiana, dove si è alla
costante ricerca di ciò che Alfieri chiamerebbe “il forte
sentire”. È proprio questo turbine di emozioni a farci sentire
il bisogno di “condividere” ed è proprio questo che spesso fa
apparire nei nostri ricordi, la storiella o l’amicizia dello
scavo qualcosa di molto più profondo e convolgente o
viceversa qualcosa di struggente se non andata a buon fine.
In buona sintesi sugli scavi si vive al 200%, e solo chi è lì va
al nostro passo, il resto del mondo ci sembrerà indietro,
isolato in una dimensione a parte; anche per questo spesso
non paleremo di ciò che ci è successo sullo scavo con gente
esterna.
Valerio Lattanzio

Osservare il Passato, riflettere sul Presente, ponderare il Futuro

Definire l’Archeologia e il suo scopo sembra un compito molto semplice: gli archeologi scavano la terra e riportano alla luce manufatti umani e naturali di molti anni fa per studiarli e comprendere meglio il passato. (Sì, si scavano anche i dinosauri … ma quella non è Archeologia, quella è Paleontologia!)

Vero! Sicuramente uno dei compiti dell’archeologia, e di conseguenza dell’archeologo, è quello di portare avanti le ‘campagne di scavo’ per ottenere dati e informazioni e formulare ipotesi ricostruendo e completando la linea del tempo.

È altrettanto ovvio, però, che non sono solo gli scavi archeologici il ‘campo di gioco’ dell’archeologo.

In quanto archeologi si è chiamati molto spesso a collaborare in ambiti di ricerca, studio o lavoro differenziati e che non sempre rientrano in quello che l’immaginario collettivo definisce proprio dell’archeologia; alle volte anzi sembrano davvero esulare dal solco accademico tradizionale.

Tratto ora di un esempio estrapolato dalla mia esperienza personale.

Di fronte a un’immagine come quella che accompagna quest’articolo, quanti di noi avrebbero giurato di star osservando la teca di un qualche museo archeologico?

Penso quasi tutti.

In fondo, la teca è uguale a quelle dei musei tradizionali e i reperti esposti, anche senza comprendere cosa possano essere, possono benissimo essere definiti antichi. Collegarli a qualche ritrovamento fatto in giro per il mondo, sarebbe l’ovvio nesso logico successivo.
(Svelo ai più curiosi che si trattadi lingotti di metallo utilizzati per produrre manufatti come armi o strumenti agricoli. Vengono fusi in questa forma per rendere più facile legarli assieme e trasportarli)

In realtà ci troviamo nello spazio espositivo di Punta della Dogana a Venezia (nessun museo archeologico) e stiamo osservando una delle tante opere di arte contemporanea (nulla di antico) realizzate da Damien Hirst nell’ultimo anno in occasione della sua mostra “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”.

La realizzazione di tale mostra, basata proprio sul rapporto che si può creare tra contemporaneo e archeologico, è stata realizzata anche grazie a numerosi archeologi professionisti e a esperti di beni culturali, tra i quali lo stesso Paolo Giulierini, direttore del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, a dimostrazione del fatto che l’università, così come lo scavo, non sono gli unici contesti nei quali gli insegnamenti archeologici possano essere applicati.

Hirst inventa, infatti, la storia dell’antico naufragio di un trasporto colmo di ricchezze, la scoperta dell’ubicazione della nave perduta con tutti i suoi tesori e l’organizzazione di una grande missione archeologica per recuperarne il carico perduto in mare.

Se non fosse per il fatto che in alcune sale Hirst svela all’osservatore il suo completo coinvolgimento nella realizzazione delle opere (come nel caso del busto egizio con i tatuaggi di Rihanna o per via della presenza di un transformer giocattolo fra i reperti), si potrebbe davvero pensare, per come è organizzata e pensata la mostra, di trovarsi di fronte a uno dei più ricchi ritrovamenti archeologici moderni.

Non vi è nessun intento provocatorio nei confronti del mondo museale o dei beni culturali; anzi il significato del progetto è proprio quello di palesare al pubblico quanto il passato sia una fonte di ispirazione per il presente e come possa essere una lente per poter intravedere il futuro.

Ora, a mio parere, sarebbe interessante scoprire se anche tutti quei reperti sepolti nei magazzini dei musei archeologici, quindi parliamo di reperti ‘autentici’, possano avere lo stesso potere evocativo!

 

Nell’immagine: ‘Lingotti metallici’, Mostra “Treasures from the Wreck of the Unbelievable”, DamienHirst, Venezia.

 

Matteo Saracco

I LIGURI APUANI E LA FANCIULLA DI VAGLI

Ci troviamo in provincia di Lucca, nel cuore della Garfagnana, con più precisione a Vagli Sopra (comune di Vagli Sotto). Citando questa zona, è interessante ricordare anche la presenza di un lago artificiale formato nel 1947 con lo sbarramento del fiume Edron tramite innalzamento di una diga, e che nasconde al suo interno un piccolo borgo sommerso, Fabbriche di Careggine, fondato presumibilmente nel XIII secolo. L’ultima volta è stato svuotato nel 1994. Recentemente si è molto parlato di un possibile nuovo svuotamento, specie in seguito alla notorietà acquisita grazie ai lavori messi in atto dall’amministrazione comunale, in particolare la realizzazione del famoso ponte tibetano e del parco cosiddetto ‘’dell’onore e del disonore’’.

Già in epoca preromana, l’area era abitata dai Liguri Apuani, che le fonti (primo tra tutti Livio) descrivono come un popolo dotato di fierezza, sobrietà, robustezza e resistenza alla fatica. Essi occupavano parte dell’Appennino ligure e tosco-emiliano e le Alpi Apuane, estendendosi dalla valle del Vara (Spezia), fino alla Media valle del Serchio (Lucca), quindi tra attuali Lunigiana, Versilia e Garfagnana. Come si dice in dialetto vaglino, a cui i paesi limitrofi attribuiscono una certa particolarità ed incomprensibilità, ‘’eravamo pastori, eravamo transumanti’’: i Liguri Apuani, infatti, erano dediti perlopiù alla pastorizia e alle attività ad essa legate, quali la vendita di ovini e la produzione di formaggi, oltre alle attività agricole, comunque limitate a causa della rigidità degli inverni.

Fin dal III secolo a.C. gli Apuani si opposero all’espansionismo romano e, in seguito alla traversata di Annibale, si allearono con Cartagine nel corso della II guerra punica. Dopo la disfatta cartaginese, gli Apuani presero essi stessi le armi contro i Romani, che attaccarono a Pisa nel 193 a.C., data di inizio di un lungo periodo di scontri. Nel 186, poi, mostrandosi valenti guerrieri, passarono alla storia per la dura sconfitta inflitta al console Quinto Marcio Filippo, dopo aver attirato le sue legioni tra le strette gole delle montagne della zona. L’entusiasmo della loro riuscita, però, fu destinato a spegnersi presto: intorno al 180 a.C. gli Apuani furono definitivamente sconfitti e, stando alle parole di Livio, un totale di circa 47 mila persone (divise in due scaglioni di due anni successivi) venne deportato nel Sannio. Si tratta di cifre trionfalistiche, e sicuramente alcune comunità sopravvissero ancora. Tuttavia, è interessante menzionare la vicenda secondo cui, con la successiva colonizzazione dell’area vaglina costituita da prigionieri di guerra e voluta dai Romani stessi, data la mancanza di risorse necessarie per sopravvivere dovuta alla scarsa fertilità di un terreno da anni incolto, avvenne una notevole trasformazione: la celebre esportazione dalla Persia del castagno, ad opera dei Romani.

LA FANCIULLA DI VAGLI

È in questo contesto che agli inizi di ottobre 2008, alla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana, viene segnalata la presenza di materiale archeologico in località Murata, a Vagli Sopra (LU). Si esegue dunque un intervento d’urgenza, e gli scavi si concludono nel novembre 2009: il rinvenimento principale è un reperto antropologico soprannominato ‘’la Fanciulla di Vagli’’. Si tratta di un corpo femminile, cremato e posto, insieme al corredo, in un’urna cineraria all’interno di una tomba a cassetta, tipica della cultura ligure-apuana: sei lastre in marmo locale, di cui quattro fanno da pareti, le rimanenti costituiscono fondo e coperchio. Soltanto due lastre, quella orientale e quella settentrionale, sono state rinvenute nella posizione originale: quella occidentale e quella di fondo, cadute, sono state rivenute in due pezzi, completamente mancanti, invece, le altre due. La sepoltura risulta in connessione con una struttura ellissoidale di pietre infisse nel terreno: primo caso studiato in Garfagnana. I resti dell’incinerazione sono collocati in un’olla globulare di argilla depurata prodotta al tornio, decorata con fasce parallele rosse. L’olla aveva probabilmente funzione alimentare. Una coppa a vernice nera con piede ad anello e vasca emisferica ne fa da copertura: sprovvista di anse, proviene dall’Etruria Settentrionale. L’olla conteneva oggetti appartenenti al corredo personale, tra cui armille, spirali in filo d’argento, anelli in bronzo e in argento e numerosi grani d’ambra, oltre ad una fuseruola in steatite buconica e oggetti per l’abbigliamento, quali borchie, un fermaglio per cintura in bronzo, una fibula in argento del ‘’tipo apuano III’’, ben sette fibule in bronzo di ‘’tipo apuano II’’ con arco a foglia d’alloro e una fibula in bronzo con arco foliato. Le caratteristiche della sepoltura e degli oggetti rinvenuti permettono di datarne i resti ad un periodo compreso tra il 200 e il 180 a.C., durante le fasi finali della guerra contro i Romani, che avevano ormai preso il sopravvento. I resti scheletrici combusti sono stati oggetto di indagine da parte della divisione di Paleopatologia dell’Università di Pisa: i frammenti ossei, in buono stato di conservazione, ammontano a un peso totale di 591 grammi. La quantità dei resti, come accertato dall’analisi, corrisponde a quella originariamente deposta nel cinerario e sono presenti tutti i distretti ossei, ad eccezione dei denti, di cui si conservano solo cinque radici. La temperatura di combustione si aggira probabilmente tra i 500 e i 700°C. Attraverso lo studio della dimensione delle ossa e delle caratteristiche dell’individuo, si è stabilito come la fanciulla coprisse un’età compresa tra i dodici e i quattordici anni; inoltre, data la presenza di un ricco corredo contenente determinati tipi di oggetti, si è ipotizzato che ella potesse rivestire un ruolo influente all’interno della comunità. In seguito al restauro, che ha riguardato materiali in metallo (pulitura chimica e meccanica), ceramica e ambra, nel 2011 si è tenuta una prima mostra di presentazione presso il meraviglioso Museo Nazionale di Villa Guinigi di Lucca. Dal 2013, la Fanciulla riposa presso il museo monotematico inaugurato a Palazzo Verdigi, a Vagli Sopra.

 

Francesca Buonamici

 

Le 5 cose sbagliate che sai sulla storia

Che tu sia un grande appassionato di storia o una
capra che ha ancora il libro delle superiori
incelofanato perché “tanto sono tutti morti”, importa
poco, sicuramente in te albergano alcune erronee
ricostruzioni storiche, inculcateci per colpa di
hollywood, internet o ricerca storica approssimativa!
In questo articolo vi esporrò cinque tra i più comuni
casi di “nozione sbagliata”, preparatevi perché il
mondo così come lo conoscete potrebbe cambiare!

 

  1. Gli antichi Egizi costruivano le piramidi
    usando gli schiavi: ebbene no, i famosi schiavi
    magrolini, in pannolone che venivano spronati a
    suon di frustate per costruire le tombe dei faraoni
    cattivi ed egoisti finché non stramazzavano al
    suolo disidratati non sono mai esistiti. Coloro che
    costruivano le piramidi 4.500 anni fa erano molto
    più vicini al moderno operaio. Con orari di lavoro,
    una retribuzione e certamente dei diritti;
    rappresentavano una manodopera qualificata,
    come testimoniano le recenti scoperte
    archeologiche delle loro tombe, collocate appunto
    vicino a quelle dei faraoni stessi ed i documenti
    epigrafici che parlano di pagamenti in animali da
    macello da parte delle famiglie nobili egiziane
    verso questa classe operaia.
  2. I templi e le sculture dell’antica Grecia
    erano bianchi: no! Le antiche acropoli delle
    poleis greche non somigliavano alle 12 case dei
    cavalieri dello zodiaco, ne ai centri storici dei
    paesini sul Gargano! Al contrario esibivano
    policromie sgargianti ed accostamenti curati nei
    dettagli, a volte anche pacchiani oserei dire, che a
    causa dei materiali organici non si sono conservati
    se non in alcune minime tracce inizialmente
    ignorate dagli archeologi stessi.
  3. I vichinghi avevano il cappello con le corna:
    ancora una volta devo deludervi, il famoso elmo
    cornuto è un’invenzione del romanticismo, con
    l’intento di accostare i popoli barbárici a figure
    animalesche in opposizione ai razionali e civili
    Romani. Un cappello con delle enormi corna sui
    lati, oltre che ridicolo sarebbe stato scomodo, i
    vichinghi si limitarono ad usare elmi in materiale
    metallico che proteggevano la scatola cranica e
    circondavano gli occhi (elmo normanno).
  4. Ulisse e gli Achei entrarono a Troia dentro
    un cavallo di legno: so che questa è pesante,
    specialmente per chi su Illiade ed Eneide ci ha
    buttato anni di sangue, studio e passione. Anche
    qui però si tratta di una grossa bufala storica
    messa in circolazione proprio dallo stesso Virgilio,
    che probabilmente tradusse male la ben più antica
    opera di Omero. Il termine “Hippos” era in realtà
    un tipo di imbarcazione fenicia, verosimilmente
    più credibile come regalo per Príamo rispetto ad
    una enorme scultura raffigurante un cavallo.
  5. Cristoforo Colombo fu il primo a scoprire le
    Americhe: no, non vi sto prendendo per il culo,
    anche questo è sbagliato, Colombo fu il primo a
    rendere nota questa scoperta, ma nei fatti fu
    preceduto di circa 500 anni dai Vichinghi. I
    norreni infatti approdarono, tramite la
    Groenlandia, nel Nord America alla ricerca di
    legname, cacciagione ed altre materie prime,
    instaurando delle piccole colonie che però non
    furono durature, forse a causa di conflitti con i
    nativi americani. Bisogna però dire che non
    esistono prove archeologiche della presenza di
    vichinghi in Nord America.

 
Valerio Lattanzio

 

Alle porte della ricerca

Che storia e archeologia siano due scienze che spesso sia siano trovate sui poli opposti dello stesso stadio è cosa più che nota (basta pensare all’ultima disposta, solo cronologica, tra Carandini e Ampolo). Ma forse il vero problema non è insito alle due discipline, quanto piuttosto ai loro “scienziati”. Non è questo il luogo per riaccendere questa avversione. Qui, nelle righe che seguono, piuttosto, troverete tematiche della ricerca.

Ceram, nel suo Romanzo dell’archeologia cita le parole che Layard riporta dal suo incontro con lo sceicco Abd-er-Rahman, riguardo la scoperta di Ninive: “Hai appreso questo sui libri, per magia o attraverso i profeti? Parla, o bey! Dimmi il segreto della sapienza!”. Sapienza, sì, nell’ingenuità dello sceicco, la sapienza sta, anche, e forse soprattutto nella propria Storia. Orbene, se fosse questo il vero intento che tutti noi dovremmo cercare e raggiungere?

Un archeologo e uno storico difficilmente accetteranno, nella loro vita, il ruolo reciproco, che invece, almeno per la Storia Antica, ricoprono l’uno per l’altro. La verità è che difficilmente uno raggiungerà la Verità indipendentemente dall’altro. Gli Annales di Tacito cosa sarebbero senza i rinvenimenti archeologici che ne danno conferma? Avrebbe senso l’intervento di Claudio al Senato romano, per allargare la cittadinanza alla Gallia transalpina, senza la scoperta della tavola di Lione (o Tavola Claudiana, appunto!). Lo dubito. Da storico, ancora alle prime armi, mi sento ancora carico del desiderio di mettere in discussione tutto quello che mi viene dato dai libri di scuola. Non c’è conoscenza senza critica, non c’è valore archeologico senza crollo delle certezze. Ogni muro, ogni soglia, ogni pozzo, ogni anfora, possono mettere in discussione quello che una biblioteca chiude dentro le sue porte. Esiste una sola certezza, la mancanza di una vera è propria Verità assoluta. Lo storico, e con lui l’archeologo, devono imparare a essere di reciproco aiuto, con i loro limiti, e i loro punti di forza, solo così potremmo avvicinarci ad una certezza. Abbiamo bisogno della solidità del lavoro congiunto per poterci affermare come scienze.

Vale la pena ricordare le parole di Bloch: “L’incompiuto, se tende eternamente a superarsi, esercita su ogni spirito un po’ ardente una seduzione pari a quello della più perfetta riuscita.”. L’apologia, il suo manuale per il mestiere di storico, vale la pena ricordarci che forse le verità non stanno racchiuse nell’ultima pagina del libro che leggeremo domani, ma che forse, la Verità, quella vera, l’abbiamo già trovata nel percorso di ricerca.

Un’invocazione: ardete, siate fiamme vive, affamate di verità, ravvivate da ogni informazione, da ogni scienza, da ogni ricerca. Ardete, ardiamo.

 

Nell’immagine: Ponte del Diavolo, Vulci, settembre 2011, costruzione romana.

 

Davide Ricci

WonderLondon

Trafalgar Square, Piccadilly Circus, Buckingham Palace, Westminster, il Big Ben … le principali attrazioni che il turista ricerca non appena giunto a Londra. Piazze, strade e monumenti che entusiasmano chiunque, anche solo in foto. Ma, perdendosi tra le strade della City, non sarà difficile restare affascinati ad ogni angolo.

Se dovessi descrivere con una parola Londra, sceglierei di definirla “frenetica”. Tutti conoscerete il romanzo dello scrittore inglese Lewis Carrol, “Alice nel paese delle meraviglie”, ed il simpatico Bianconiglio, che compare con il suo orologio da taschino, sempre di fretta, correndo qua e là. Per le strade o nelle curatissime stazioni della metropolitana, ci si abituerà al continuo via-vai, alla vista di tanti “Bianconiglio” costantemente di fretta, in marcia, senza sosta, verso chissà quale meta. Questa stessa frenesia rende vivaci quartieri e strade come Covent Garden, il Bourogh, Portobello Road, che coinvolgeranno i passanti con le loro bizzarre bancarelle. A Carnaby Street, Camden Town, resterete abbagliati da vetrine modaiole e spettacoli di luce, soprattutto nel periodo invernale, in cui a Londra si respira ovunque aria di festa. Se poi alla frenesia volessimo affiancare allegria e spensieratezza, non si può non fare un salto nei tradizionali pub, dove, oltre ad assaporare il tipico Fish&Chips o sorseggiare un bicchiere di birra, potrete apprezzare il famoso “humor inglese”, che non è una leggenda!

Vi sentirete accolti da un popolo cordiale e spiritoso, accomodante nei confronti del turista. Un popolo con origini radicate in una cultura differente dalla nostra, uno dei pochi rimasto quasi immune ai progetti espansionistici dell’impero romano, un popolo considerato di indiscussa potenza nel corso dei secoli, divenuto tale con le sue sole forze. Potrete curiosare un po’ sulla sua storia al British Museum, dove oltre a reperti di grande valore, come la Stele di Rosetta, documento imprescindibile per la traduzione dei geroglifici, i sarcofagi delle più antiche mummie, i frontoni e le metope del Partenone, potrete fare un salto nelle sale dedicate alla storia anglosassone e scoprire, ad esempio, il ricchissimo tesoro di Sutton Hoo, ritrovato all’interno di un vascello funerario, databile al VII secolo.

Il British Museum dovrebbe essere una tappa obbligatoria, non solo per gli appassionati d’arte e storia. Sarà emozionante per chiunque entrare in contatto con l’insieme di culture e tradizioni brillantemente mescolate tra loro. Dalle prime sale che “raccontano” dell’antico Egitto, degli Assiri, degli antichi Greci e Romani, si accede a sale interamente dedicate all’Africa, al Messico, all’Asia, agli Indiani d’America e, attraverso costumi, oggetti e didascalie, sarà possibile viaggiare, aiutandosi con un po’ di immaginazione, per conoscere paesi e usanze di cui spesso si sa ben poco.

Se siete appassionati d’arte, e in particolare di pittura, non potete perdere la visita alla National Gallery. Situata alle spalle della famosa Colonna dell’ammiraglio Nelson, a Trafalgar Square, farà girare la testa, e non solo per i meravigliosi dipinti che conserva! La National Gallery lascerà che il visitatore si “smarrisca” tra capolavori di grandi artisti quali Raffaello, Leonardo, Michelangelo e soprattutto Monet, Manet, Van Gogh, Cezanne, Turner e tanti altri! L’accesso ai musei è gratuito, ma essendo quest’ultimo grande e dispersivo, consiglio di acquistare una piantina, al costo di 2£, per evitare di vagare smarriti tra una sala e l’altra.

Dopo tanta arte e cultura, un po’ di riposo è meritato! Grandi parchi, come l’Hyde Park o il St. James Park, sono facilmente raggiungibili a piedi o in metro. Sarà piacevole riposare sotto un albero o in riva al fiume, in compagnia di ghiotti scoiattoli, eleganti cigni ed altri curiosi volatili che popolano la flora londinese. Hyde Park, nei suoi 253 ettari, abbraccia anche Kensington Garden, che ospita i monumenti commemorativi della principessa Diana, del principe Alberto, il Kensington Palace (un tempo residenza reale), o per i più piccoli e i sognatori, la celebre statua di Peter Pan.

E intanto che si cerca la “seconda stella a destra” per poi arrivare “dritti fino al mattino”, potrete godervi una passeggiata notturna, attraversando uno dei circa venti ponti che collegano le sponde, tagliate dal Tamigi. Tra i più belli, il noto Tower Bridge, confinante con l’antica torre difensiva di Londra, edificata nel 1066 da Guglielmo il Conquistatore. Sarà insolito, invece, attraversare il Millennium Bridge, l’unico ponte esclusivamente pedonale di Londra, o il Westminster Bridge, che collega il Parlamento al London Eye, la grande ruota panoramica con vista sull’intera città. Di sera o al tramonto, saranno particolarmente suggestivi, soprattutto in inverno.

Fiancheggiando la riva, lasciatevi incantare dalle sfavillanti luci, dai loro riflessi, accompagnati dal sottofondo garantito da talentuosi artisti di strada, che contribuiranno a creare un’atmosfera unica che, anche nelle fredde sere d’inverno, vi scalderà il cuore.

 

Rosanna Nappi

LUCCHIO

Lucchio è una piccola frazione al confine tra la provincia di Lucca e di Pistoia. In particolare, è il paese più remoto di Bagni di Lucca, il comune montano più esteso d’Italia. Lucchio, il cui nome deriva da lucus, ‘’luogo ricoperto di boschi’’, sorge a circa 660 metri s.l.m. e si caratterizza per la sua particolare conformazione, estremamente vertiginosa, e sviluppata lungo le pendici della cosiddetta Penna di Lucchio, il monte sovrastante. Questa configurazione lo ha reso in passato un luogo inespugnabile, nonché un eccezionale punto di osservazione militare: è interessante notare come rimanga totalmente invisibile giungendo dal capoluogo, mentre salti subito all’occhio sul versante pistoiese.

Ad oggi vi abitano pochissime persone e specialmente l’ala bassa del paese ricorda a prima vista un paese fantasma. Attraversando le strette vie del borghetto, specie nei giorni in cui la foschia è più fitta, o nelle tarde ore del pomeriggio, si respira un’aria antica, quel non-so-che di ‘’macbethiano’’. Non a caso, tra le antiche case costruite a picco sulla roccia, fino a pochi anni fa si organizzava ogni anno una spettacolare festa medievale. Un altro evento che si ripete ogni anno è l’immancabile Festa della Castagna, nel mese di Ottobre.

Vale la pena visitare Lucchio, tipico borgo medievale, per la sua aura misteriosa, accresciuta dalla presenza di una rocca, commissionata secondo la tradizione da Matilde di Canossa, liberamente accessibile e raggiungibile attraverso una ripida stradina in cima al paese. Secondo alcuni studiosi vi sarebbe stato un insediamento ancora precedente ad opera dei Romani prima e dei Longobardi poi; i primi a frequentare la zona sarebbero stati invece i Liguri Apuani, come dimostrano diversi ritrovamenti nelle aree circostanti. La rocca, nonostante sia stata sottoposta al degrado dei tempi e al probabile smantellamento di parte delle mura per costruire le case del borgo sottostante, è forse l’esempio maggiormente conservato nella zona e risulta facilmente riconoscibile nella sua struttura, tant’è che sul versante orientale si distinguono ancora i resti delle torri di guardia. L’atmosfera, lassù, è estremamente suggestiva e da ogni angolo si gode di uno straordinario panorama.

 

Francesca Buonamici

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